lunedì 8 giugno 2009

Africa: la crisi economica mondiale e le condizioni di ripresa del continente 08 Jun 2009

A cura di Alessio Fabbiano

Il continente africano, malgrado la sua modesta integrazione con l’economia mondiale, si sta rivelando l’area più colpita dagli effetti indiretti della crisi finanziaria in rapporto alle sue capacità di ripresa. L’insufficienza della risposta dei governi africani unitamente al reflusso della domanda globale si ripercuotono sulla crescita aggregata dell’Africa. Le possibili soluzioni a un problema che potrebbe stimolare reazioni extraeconomiche e intaccare la stabilità politica e istituzionale degli Stati.

Il contesto africano di crisi

La scarsa integrazione di molti sistemi economici africani con il sistema finanziario e borsistico internazionale, la bassa esposizione a strumenti finanziari complessi e una liquidità bancaria sostenibile hanno favorito una certa impermeabilità alle scosse che hanno colpito a più ondate il mondo della grande finanza con i crolli dei colossi bancari e assicurativi. Tuttavia la connessione tra finanza ed “economia reale” emersa da questa crisi ha inghiottito nell’anno corrente anche le economie africane, le cui performances sono riviste in netto ribasso rispetto agli anni precedenti, inficiando le analisi di coloro che avevano intravisto nel continente africano un’isola risparmiata dalla bufera economica. L’indebolimento della domanda mondiale, infatti, si trasmette direttamente all’export africano e questo induce a un abbassamento dei prezzi delle materie prime e conseguentemente a una riduzione del reddito nazionale che si combina con una parallela diminuzione della domanda interna, con una dinamica depressiva dei corsi borsistici e con un innalzamento dei fattori di crisi (disoccupazione, economia informale, disinvestimenti, alleggerimento degli aiuti allo sviluppo, svalutazione della moneta nazionale, innalzamento dei costi delle importazioni). Inoltre, a causa delle peculiarità di molte economie africane che soffrono di fragilità strutturali, di blocchi allo sviluppo derivanti spesso dal livello inadeguato della politica, di unidimensionalità della crescita, di forte dipendenza dagli investimenti esteri, di deboli corsi monetari, di scarsa industrializzazione, l’Africa manca degli elementi che favorirebbero una più rapida uscita dal ciclo recessivo allorquando si innescherà l’attesa ripresa economica mondiale.

L’entità della crisi sul continente africano

La limitata dimensione del complesso dei paesi africani in rapporto all’economia mondiale, per cui l’Africa vale soltanto il 2,5% del PIL mondiale e incide per il 3,6% sul totale delle esportazioni secondo peraltro un trend decrescente in serie storica dei due indicatori, rende ipotizzabile che il continente africano subisca oltre all’effetto domino anche un effetto prolungamento della crisi. Classifica prime dieci economie al mondo e prime dieci economie africane per PIL nominale (Mld di US$).Fonte: elaborazione Equilibri su dati International Monetary Fund, World Economic Outlook Database, April 2009. Questa si è prodotta in un momento di generale dinamicità per le economie africane le cui risorse naturali hanno fornito nel decennio trascorso il carburante per il boom delle potenze asiatiche, Cina e India, e per l’accelerazione di altri contesti riferiti ad economie emergenti. Le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI) rivelano che l’Africa nel 2009 continuerà a segnare una crescita dell’1,9%; la proiezione della Banca Mondiale (BM) è più alta, pari al 2,4%. Il dato evidenzia un declino significativo in raffronto ad outlooks precedenti seppure in controtendenza rispetto alla media mondiale (-1,3% nel 2009) e ad altre macroaree (l’UE segnerà -4% nell’anno in corso, gli USA -2,7%, la Russia -6% mentre Cina e India, pur marcando valori positivi, conosceranno un calo sul 2008 rispettivamente del 2,5% e del 2,7%). La crescita dell’Africa è in linea con il dato aggregato delle economie emergenti e in via di sviluppo, il cui valore sarà nel 2009 del +2% (+6% nel 2008). Tuttavia la perdita in relazione agli anni precedenti (+5,2% nel 2008, una media sul triennio 2006-2008 del +5,8%) è indicativa della ricaduta dell’attuale crisi internazionale. L’export africano calerà rispetto al 2008 sino al -2,2% di pari passo con l’import comprese le commodities di base (alimenti, scorte mediche, inputs agricoli), mentre il debito estero riprenderà a lievitare (+24,7% del PIL su scala continentale) soprattutto nell’Africa subsahariana (+27,1% del PIL) con esiti peggiorativi per i paesi affetti da posizioni debitorie negative. Il restringimento del volume commerciale insieme alla correlativa perdita del potere di acquisto, all’espansione degli indici di disoccupazione e alla rimonta dell’inflazione il cui andamento era stato raffreddato dopo le fiammate della crisi energetico-alimentare del 2008, renderanno vischioso per molti Stati il recupero del ciclo economico in un contesto caratterizzato da numerosi impedimenti allo sviluppo e da un innalzamento del tasso demografico. Secondo le stime della BM l’aumento demografico associato alla flessione generale della produzione determinerà un innalzamento pari almeno al 10% della popolazione considerata “povera” (individui che vivono con l’equivalente di 1,25 dollari al giorno), ossia 550 milioni di persone su un totale di 970 milioni. Data la contrazione delle rimesse dall’estero calcolate in 20 mld e il peso che esse hanno per la sopravvivenza di molte famiglie in Africa, il reddito nazionale degli Stati africani sarà soggetto a un ulteriore deterioramento che avrà ripercussioni negative sull’erogazione di beni e servizi dal centro e sulla tenuta del welfare sociale. La stretta creditizia, l’accresciuta rigidità del rischio degli investitori e il grave reflusso degli investimenti esteri che nel 2009 dovrebbero assestarsi intorno ai 30 mld di dollari rispetto agli oltre 60 mld di dollari del 2008 e 53 mld di dollari del 2007, peggiorano un quadro economico-finanziario in piena fase di decelerazione. Il rischio di lungo termine più paventato è che la scarsità delle disponibilità finanziarie dei paesi africani possa non solo allargare il gap finanziario tra economie in via di sviluppo e sistemi sviluppati ma deprimere gli investimenti con effetti gravemente dannosi per la crescita. Una inversione di tendenza o soltanto un blocco del trend macroeconomico ascendente dei paesi africani potrebbe minacciare il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (OSM), già di per sé lontani dal raggiungimento in molti casi. I settori cruciali delle infrastrutture e del manifatturiero da cui dipende buona parte dello sviluppo dei paesi emergenti sono quelli più colpiti, mentre i comparti dell’energia e dell’industria mineraria dovrebbero subire un irrigidimento a causa dello sgonfiamento della bolla delle materie prime e della correlata discesa dei prezzi; tuttavia questo irrigidimento potrebbe essere meno severo e meno duraturo in ragione della maggiore reattività di tali comparti rispetto alla auspicata ripresa mondiale. Anche il settore del turismo (-13% nel quarto trimestre del 2008 rispetto allo stesso periodo del 2007) soffrirà indirettamente della battuta di arresto delle economie occidentali, da cui originano i flussi turistici più frequenti. Il sistema bancario africano, non essendo stato interessato in modo serio dal tracollo dei subprimes e successivamente da quello di altri assets finanziari, non ha registrato fallimenti, anche se sono state tagliate o annullate linee di credito internazionali. Esso appare perciò tra i più ricettivi al riassestamento del quadro finanziario internazionale.

Le connessioni della crisi col piano politico

Il rischio maggiore che potrebbe giungere dal disequilibrio macroeconomico dei paesi africani è dato non solo dall’allungamento dei tempi di risposta e conseguentemente di risalita delle economie africane, ma dalle distorsioni che gli shocks settoriali potrebbero generare sui sistemi politici e sulla stabilità istituzionale degli Stati. L’insufficienza della risposta dei paesi africani di fronte al rallentamento dell’economia soprattutto a paragone con i governi occidentali che hanno mosso centinaia di miliardi di dollari in soccorso dei propri sistemi, rischia non soltanto di aggravare le vulnerabilità intrinseche degli apparati economici africani ma di provocare una collisione anche violenta tra il piano politico responsabile della gestione della crisi e quello sociale che ne subisce gli effetti avversi. Una seria contrazione potrebbe minacciare, secondo alcune analisi, le conquiste democratiche che si sono faticosamente raggiunte negli anni pregressi sul continente. I recenti golpe in Guinea (dicembre 2008), Guinea Bissau e Madagascar (marzo 2009), nonché i tentativi di destabilizzazione in Guinea Equatoriale (febbraio 2009) e Togo (aprile 2009), l’instabilità di molte realtà politiche (Sudan, Ciad, Niger, Somalia, Mauritania, Rep. Dem. del Congo, Rep. Centrafricana), la transizione incerta di altre (Costa d’Avorio, Zimbabwe, Kenya), il perdurare di situazioni ad alta conflittualità bilaterale (Etiopia/Eritrea, Marocco/Sahara Occidentale, Ciad/Sudan, Nigeria/Camerun) costituiscono il terreno sociopolitico da cui le difficoltà economiche potrebbero innescare processi violenti e atipici di reazione alla crisi ovvero far arretrare le chances di rafforzamento istituzionale e ammodernamento economico. Inoltre tali centri di fragilità potrebbero varcare facilmente il recinto nazionale e sfociare in turbolenze regionali più ampie, suscettibili di aprire crisi umanitarie. I paesi esportatori di petrolio e di gas, spesso retti da governi incapaci o non disposti alla redistribuzione del reddito derivante dal comparto energetico, si situano tra i principali candidati al rischio politico data la loro vulnerabilità sociale e il rapporto direttamente proporzionale tra forza di governo e incassi petrogasiferi. Il PIL di alcuni di essi viene annunciato in forte calo nel 2009: l’Angola, quarto produttore di greggio del continente in accelerata ascesa, dovrebbe conoscere la più drastica diminuzione sul 2008, pari al 23% (il PIL nel 2009 è stimato al -7,2%); la Nigeria, primo produttore, del 2,2% (PIL al +4%); l’Algeria del 3,1% (PIL al +0,2%); la Libia, che ha scalato le classifiche di output degli idrocarburi dopo l’apertura commerciale seguita all’embargo commerciale collocandosi al terzo posto, conoscerà un calo del 3,1% (PIL al +3,4%); la Rep. Dem. del Congo, tra i piccoli produttori africani di greggio, risentirà del reflusso, stimato del 6,3%, soprattutto nell’estrazione mineraria (PIL al -0,6%); la Guinea Equatoriale, promessa della produzione di idrocarburi, vedrà un calo del 6,2% (PIL al +3,7%). L’effettiva defalcazione delle entrate statali derivanti dalla produzione di idrocarburi, soprattutto per i sistemi economici scarsamente diversificati, rende da un lato più debole la risposta agli urti della crisi e più legittima la protesta sociale che potrebbe defluire in gravi situazioni di instabilità e mettere in pericolo la tenuta degli stessi governi. Eguale ragionamento può essere fatto per i 25 paesi africani considerati “fragili” dalla BM, che data la loro volubilità politico-economica potrebbero andare incontro a esiti devastanti a causa della crisi. Il budget dei paesi importatori netti di petrolio e di derrate alimentari, nonostante il ribasso dei prezzi internazionali di queste due commodities, arretrerà ulteriormente poiché sconterà l’effetto carry-over dei prezzi alti del greggio e delle materie prime alimentari dell’anno trascorso. Ma anche i paesi considerati economicamente stabili, come la più grande economia africana, il Sudafrica il cui PIL dovrebbe crescere solo del 1,1% nel 2009 rispetto al 3% del 2008 e al 5,1% del 2007, potrebbero essere destabilizzati dal riacutizzarsi delle tensioni sociopolitiche interne dovute alla crisi. Johannesburg ha visto collassare il proprio settore finanziario con un incremento del costo dei capitali, una drastica contrazione del credito, una flessione vertiginosa dei prezzi dei prodotti finanziari, un abbattimento dell’indice borsistico con ricadute dirette nel settore manifatturiero e in quello minerario che costituiscono i due pilastri dell’economia sudafricana. La perdita del valore della valuta nazionale insieme all’espansione della disoccupazione e al calo della domanda per beni e servizi sudafricani hanno determinato il riaccendersi di conflitti sociali latenti. L’insieme di queste componenti di crisi hanno influenzato le performances delle altre economie regionali legate al sistema produttivo sudafricano. In zone politicamente meno stabili i riflessi sociali potrebbero fuoriuscire dal contesto nazionale e investire le zone limitrofe attraverso un ingrossamento dei flussi migratori. Una loro maggiore pressione potrebbe riversarsi anche fuori dal continente africano in direzione delle principali zone di sbocco, in primis il bacino del Mediterraneo e quindi l’Europa meridionale, come dimostrano i trends recenti in Italia, Malta e Spagna.

Elementi di recupero

Di fronte a questo quadro fosco il Comitato dei ministri delle Finanze e dei governatori delle Banche Centrali dei paesi africani ha inoltrato al G20 di Londra del 1° aprile un documento tecnico-politico sull’impatto della crisi economica nel continente. Sottolineando i progressi sociali ed economici sopravvenuti nell’ultimo decennio in Africa e asserendo che «la crisi è giunta in un momento in cui l’Africa stava voltando l’angolo, costruendo in modo costante le fondamenta per una crescita più elevata e per la riduzione della povertà», il Comitato, preso atto di un peggioramento comune del saldo delle partite correnti e dei deficit statali, ha messo in guardia dal rischio che la bufera economico-finanziaria possa vanificare tali progressi. L’outlook ottimistico che sinora era stato presentato annualmente per il continente è minacciato - prosegue il Comitato - da «fattori fuori dal controllo dell’Africa» per cui «mentre gli effetti iniziali della crisi tendevano a manifestarsi lentamente, la marea di questo “tsunami” si innalza rapidamente spazzando via imprese, miniere, posti di lavoro, redditi e mezzi di sostentamento». L’aspettativa per l’export nel 2009 vedrà una riduzione - secondo le valutazioni del Comitato - del valore di 251 mld di dollari e di 277 mld di dollari nel 2010, con i paesi esportatori di petrolio tra i soggetti più colpiti. Essi, infatti, pagheranno con un ammanco totale di 200 mld di dollari nel 2009 e le maggiori perdite saranno segnate da Algeria (-40,8 mld di dollari), Nigeria (-38,7 mld di dollari), Angola (-38,2 mld di dollari), Libia (-37,1 mld di dollari), Sudafrica (-27,9 mld di dollari), Egitto (-10,7 mld di dollari). Il declino delle esportazioni si cumulerà deteriorando la bilancia dei pagamenti, che in termini aggregati segnerà nel 2009 per l’Africa -4,4% rispetto al PIL contro un surplus del 2,7% nel 2008 e minaccerà lo stock di riserve estere per alcuni paesi, mettendone in pericolo le capacità di rifornimento. Al fine di conservare i livelli di crescita pre-crisi, il Comitato ha quantificato in 50 mld di dollari il volume di aiuti per il 2009 (56 mld di dollari per il 2010), mentre per il raggiungimento di livelli superiori in accordo con una crescita media del 7% necessaria per la realizzazione degli OSM sono richiesti almeno ulteriori 117 mld di dollari per il 2009 (130 mld di dollari per il 2010). Una buona fetta degli investimenti dovrebbe essere dirottata verso le infrastrutture, che secondo le stime dell’Africa Infrastructure Country Diagnostic Study necessitano di 75,5 mld di dollari annui per i prossimi 10 anni.

Il Comitato, invocando l’adozione di piani di intervento per l’Africa simili ai piani di salvataggio deliberati per le banche e le corporations occidentali, ha chiesto al G20 una serie di misure anti-crisi:
• l’assegnazione dello 0,7% di ciascun pacchetto di stimolo delle economie sviluppate per l’assistenza ai paesi poveri e in via di sviluppo;
• l’incremento delle risorse addizionali messe a disposizione del FMI da parte del G20; • il sostegno degli investimenti destinati alle infrastrutture;
• l’aumento delle risorse a favore delle banche regionali di sviluppo, istituzioni centrali per la progettazione e l’esecuzione dei piani di sviluppo nazionali;
• l’ampliamento delle risorse finanziarie e lo snellimento dei meccanismi di assegnazione; • la facilitazioni al commercio internazionale in modo da rilanciare l’export africano;
• la realizzazione di programmi pubblici nei settori della sanità, dell’igiene, della nutrizione, dell’educazione per la protezione delle fasce più deboli e più esposte ai rimbalzi sociali della crisi;
• l’alleggerimento del debito e la revisione dei criteri per l’accesso al credito.

I governi africani hanno adottato misure di tamponamento della crisi, concretatesi fondamentalmente nella costituzione di organi tecnici di monitoraggio, in pacchetti di stimolo fiscale, nel rafforzamento delle regole del sistema bancario e finanziario, in politiche monetarie espansive, nei controlli sullo scambio con l’estero, negli aiuti alle imprese, nell’abbassamento dei tassi di interesse, nel credito al consumo, nella riduzione della fabbisogno dello Stato, nell’emissione di bonds statali ad alta resa per incoraggiare i privati a rimanere nei sistemi finanziari e nei tentativi di investimento pubblico nel limite delle revisioni della spesa pubblica. Si tratta di azioni ad ampio raggio ma di impatto limitato a causa della loro ridotta consistenza in rapporto alla grandezza della crisi mondiale, inidonee non tanto ad invertire una propensione che dipende essenzialmente da variabili esterne di taratura globale quanto al massimo a bloccare temporaneamente gli effetti sulle economie nazionali. Questi provvedimenti sono ancora più fugaci nelle molte economie dove si riscontra una eccessiva concentrazione delle esportazioni e della produzione, per cui i paesi a bassa diversificazione economica sono costretti a dilatare il debito per sopperire ai disavanzi derivanti dall’indebolimento delle ragioni di scambio.

Secondo la Banca Africana di Sviluppo (BAS), il continente abbisogna di iniezioni di liquidità sotto forma di finanziamenti del valore almeno di 106 mld di dollari sul biennio 2009-2010 allo scopo di ristabilire il trend precedente di crescita. Tuttavia per rilanciare il motore dello sviluppo facendo ripartire il settore delle infrastrutture e innalzando il reddito pro capite, sono necessari almeno 247 mld nello stesso biennio. Un maggiore accesso al credito internazionale in questa fase recessiva e un incremento degli aiuti allo sviluppo sono le due linee principali per sostenere le economie africane e per dare linfa al settore privato che ha lasciato sul terreno perdite notevoli difficilmente quantificabili. La BAS è stata chiamata a intervenire a sostegno delle operazioni private e ad aprire nuovi canali di finanziamento. L’intervento della BAS si è concretizzato in numerosi progetti, ma le capacità di spesa devono essere puntellate anche solo in via parziale dall’esterno, diversamente la stessa BAS arriverà a un punto di stallo in cui non sarà possibile elargire nuovi prestiti e concepire nuovi progetti di sviluppo, che sotto l’aspetto economico rappresentano due precondizioni perché le economie africane non passino da uno stato di difficoltà a uno più grave di paralisi. Pur restando attendibile che la migliore risposta alla crisi dipenda da appropriate scelte di politica economica ritagliate sui caratteri delle singole economie africane, queste due leve esterne però non bastano da sole per tirare fuori dall’andamento depressivo le economie africane. E’ necessario che i governi africani creino, attraverso lo snellimento delle burocrazie, la razionalizzazione dei sistemi fiscali, la difesa del welfare e il miglioramento dell’ambiente economico le condizioni necessarie per intercettare la reimmissione dei capitali nel sistema economico mondiale al momento della ripresa non solo nei distretti attraverso cui è stata tradizionalmente alimentata nel passato la crescita (risorse naturali) ma anche in quei settori (servizi, telecomunicazioni, energie rinnovabili, microcredito) che offrono enormi potenzialità per la creazione di ricchezza e di sviluppo. In tal senso la crisi potrebbe essere un’opportunità per slegare gran parte delle economie africane dalla monoproduzione e dalla dipendenza dalle risorse naturali. Per realizzare tale opportunità diventa essenziale l’intervento delle istituzioni internazionali e l’attuazione di proposte che vadano in questa direzione. Determinante sarà, inoltre, il ripristino di un ambiente economico favorevole all’export africano e di una sua stabilizzazione nel lungo periodo.

Conclusioni

Se è vero che la crisi ha interessato in prima battuta le economie africane maggiormente esposte ai mercati finanziari (Sudafrica ed Egitto) per poi espandersi a quelle dipendenti dall’esportazione delle materie prime (Nigeria, Algeria, Angola) e quindi coinvolgere l’intero continente a causa dello sgonfiamento della domanda mondiale, è altrettanto verosimile che saranno le economie africane più integrate con il sistema globale economico-finanziario a riacquisire forza col recupero dell’economia mondiale. Tuttavia attendere che il ritorno del ciclo espansivo si riverberi anche sull’Africa potrebbe ritardare ulteriormente il varo di politiche economiche vantaggiose anche fuori da periodi di crisi e capaci di preservare almeno parzialmente il tessuto socioeconomico da future stagioni recessive. A causa della loro debolezza strutturale e della loro insufficiente capacità di reazione, i paesi africani necessitano in questo periodo di recessione economica globale di un intervento urgente e mirato da parte delle istituzioni finanziarie internazionali. Non si tratta soltanto di mantenere gli aiuti allo sviluppo in una fase declinante per i paesi donatori, quanto di realizzare politiche di intervento ricucite sui singoli sistemi economici. Ricette generali, come quelle adottate dalle istituzioni finanziarie internazionali negli anni ’80 e ‘90 anche in fasi e contesti economici più stabili, rischiano di essere inefficaci quando non dannose. La crisi potrebbe favorire l’adozione di riforme economiche e di piani di emergenza che se positivi potrebbero avere una durata più organica e avviare meccanismi di sviluppo economico locale capaci di segnare la ripresa e di costituire nuovi fondamenti di crescita.

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