lunedì 8 giugno 2009

Africa: la crisi economica mondiale e le condizioni di ripresa del continente 08 Jun 2009

A cura di Alessio Fabbiano

Il continente africano, malgrado la sua modesta integrazione con l’economia mondiale, si sta rivelando l’area più colpita dagli effetti indiretti della crisi finanziaria in rapporto alle sue capacità di ripresa. L’insufficienza della risposta dei governi africani unitamente al reflusso della domanda globale si ripercuotono sulla crescita aggregata dell’Africa. Le possibili soluzioni a un problema che potrebbe stimolare reazioni extraeconomiche e intaccare la stabilità politica e istituzionale degli Stati.

Il contesto africano di crisi

La scarsa integrazione di molti sistemi economici africani con il sistema finanziario e borsistico internazionale, la bassa esposizione a strumenti finanziari complessi e una liquidità bancaria sostenibile hanno favorito una certa impermeabilità alle scosse che hanno colpito a più ondate il mondo della grande finanza con i crolli dei colossi bancari e assicurativi. Tuttavia la connessione tra finanza ed “economia reale” emersa da questa crisi ha inghiottito nell’anno corrente anche le economie africane, le cui performances sono riviste in netto ribasso rispetto agli anni precedenti, inficiando le analisi di coloro che avevano intravisto nel continente africano un’isola risparmiata dalla bufera economica. L’indebolimento della domanda mondiale, infatti, si trasmette direttamente all’export africano e questo induce a un abbassamento dei prezzi delle materie prime e conseguentemente a una riduzione del reddito nazionale che si combina con una parallela diminuzione della domanda interna, con una dinamica depressiva dei corsi borsistici e con un innalzamento dei fattori di crisi (disoccupazione, economia informale, disinvestimenti, alleggerimento degli aiuti allo sviluppo, svalutazione della moneta nazionale, innalzamento dei costi delle importazioni). Inoltre, a causa delle peculiarità di molte economie africane che soffrono di fragilità strutturali, di blocchi allo sviluppo derivanti spesso dal livello inadeguato della politica, di unidimensionalità della crescita, di forte dipendenza dagli investimenti esteri, di deboli corsi monetari, di scarsa industrializzazione, l’Africa manca degli elementi che favorirebbero una più rapida uscita dal ciclo recessivo allorquando si innescherà l’attesa ripresa economica mondiale.

L’entità della crisi sul continente africano

La limitata dimensione del complesso dei paesi africani in rapporto all’economia mondiale, per cui l’Africa vale soltanto il 2,5% del PIL mondiale e incide per il 3,6% sul totale delle esportazioni secondo peraltro un trend decrescente in serie storica dei due indicatori, rende ipotizzabile che il continente africano subisca oltre all’effetto domino anche un effetto prolungamento della crisi. Classifica prime dieci economie al mondo e prime dieci economie africane per PIL nominale (Mld di US$).Fonte: elaborazione Equilibri su dati International Monetary Fund, World Economic Outlook Database, April 2009. Questa si è prodotta in un momento di generale dinamicità per le economie africane le cui risorse naturali hanno fornito nel decennio trascorso il carburante per il boom delle potenze asiatiche, Cina e India, e per l’accelerazione di altri contesti riferiti ad economie emergenti. Le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI) rivelano che l’Africa nel 2009 continuerà a segnare una crescita dell’1,9%; la proiezione della Banca Mondiale (BM) è più alta, pari al 2,4%. Il dato evidenzia un declino significativo in raffronto ad outlooks precedenti seppure in controtendenza rispetto alla media mondiale (-1,3% nel 2009) e ad altre macroaree (l’UE segnerà -4% nell’anno in corso, gli USA -2,7%, la Russia -6% mentre Cina e India, pur marcando valori positivi, conosceranno un calo sul 2008 rispettivamente del 2,5% e del 2,7%). La crescita dell’Africa è in linea con il dato aggregato delle economie emergenti e in via di sviluppo, il cui valore sarà nel 2009 del +2% (+6% nel 2008). Tuttavia la perdita in relazione agli anni precedenti (+5,2% nel 2008, una media sul triennio 2006-2008 del +5,8%) è indicativa della ricaduta dell’attuale crisi internazionale. L’export africano calerà rispetto al 2008 sino al -2,2% di pari passo con l’import comprese le commodities di base (alimenti, scorte mediche, inputs agricoli), mentre il debito estero riprenderà a lievitare (+24,7% del PIL su scala continentale) soprattutto nell’Africa subsahariana (+27,1% del PIL) con esiti peggiorativi per i paesi affetti da posizioni debitorie negative. Il restringimento del volume commerciale insieme alla correlativa perdita del potere di acquisto, all’espansione degli indici di disoccupazione e alla rimonta dell’inflazione il cui andamento era stato raffreddato dopo le fiammate della crisi energetico-alimentare del 2008, renderanno vischioso per molti Stati il recupero del ciclo economico in un contesto caratterizzato da numerosi impedimenti allo sviluppo e da un innalzamento del tasso demografico. Secondo le stime della BM l’aumento demografico associato alla flessione generale della produzione determinerà un innalzamento pari almeno al 10% della popolazione considerata “povera” (individui che vivono con l’equivalente di 1,25 dollari al giorno), ossia 550 milioni di persone su un totale di 970 milioni. Data la contrazione delle rimesse dall’estero calcolate in 20 mld e il peso che esse hanno per la sopravvivenza di molte famiglie in Africa, il reddito nazionale degli Stati africani sarà soggetto a un ulteriore deterioramento che avrà ripercussioni negative sull’erogazione di beni e servizi dal centro e sulla tenuta del welfare sociale. La stretta creditizia, l’accresciuta rigidità del rischio degli investitori e il grave reflusso degli investimenti esteri che nel 2009 dovrebbero assestarsi intorno ai 30 mld di dollari rispetto agli oltre 60 mld di dollari del 2008 e 53 mld di dollari del 2007, peggiorano un quadro economico-finanziario in piena fase di decelerazione. Il rischio di lungo termine più paventato è che la scarsità delle disponibilità finanziarie dei paesi africani possa non solo allargare il gap finanziario tra economie in via di sviluppo e sistemi sviluppati ma deprimere gli investimenti con effetti gravemente dannosi per la crescita. Una inversione di tendenza o soltanto un blocco del trend macroeconomico ascendente dei paesi africani potrebbe minacciare il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (OSM), già di per sé lontani dal raggiungimento in molti casi. I settori cruciali delle infrastrutture e del manifatturiero da cui dipende buona parte dello sviluppo dei paesi emergenti sono quelli più colpiti, mentre i comparti dell’energia e dell’industria mineraria dovrebbero subire un irrigidimento a causa dello sgonfiamento della bolla delle materie prime e della correlata discesa dei prezzi; tuttavia questo irrigidimento potrebbe essere meno severo e meno duraturo in ragione della maggiore reattività di tali comparti rispetto alla auspicata ripresa mondiale. Anche il settore del turismo (-13% nel quarto trimestre del 2008 rispetto allo stesso periodo del 2007) soffrirà indirettamente della battuta di arresto delle economie occidentali, da cui originano i flussi turistici più frequenti. Il sistema bancario africano, non essendo stato interessato in modo serio dal tracollo dei subprimes e successivamente da quello di altri assets finanziari, non ha registrato fallimenti, anche se sono state tagliate o annullate linee di credito internazionali. Esso appare perciò tra i più ricettivi al riassestamento del quadro finanziario internazionale.

Le connessioni della crisi col piano politico

Il rischio maggiore che potrebbe giungere dal disequilibrio macroeconomico dei paesi africani è dato non solo dall’allungamento dei tempi di risposta e conseguentemente di risalita delle economie africane, ma dalle distorsioni che gli shocks settoriali potrebbero generare sui sistemi politici e sulla stabilità istituzionale degli Stati. L’insufficienza della risposta dei paesi africani di fronte al rallentamento dell’economia soprattutto a paragone con i governi occidentali che hanno mosso centinaia di miliardi di dollari in soccorso dei propri sistemi, rischia non soltanto di aggravare le vulnerabilità intrinseche degli apparati economici africani ma di provocare una collisione anche violenta tra il piano politico responsabile della gestione della crisi e quello sociale che ne subisce gli effetti avversi. Una seria contrazione potrebbe minacciare, secondo alcune analisi, le conquiste democratiche che si sono faticosamente raggiunte negli anni pregressi sul continente. I recenti golpe in Guinea (dicembre 2008), Guinea Bissau e Madagascar (marzo 2009), nonché i tentativi di destabilizzazione in Guinea Equatoriale (febbraio 2009) e Togo (aprile 2009), l’instabilità di molte realtà politiche (Sudan, Ciad, Niger, Somalia, Mauritania, Rep. Dem. del Congo, Rep. Centrafricana), la transizione incerta di altre (Costa d’Avorio, Zimbabwe, Kenya), il perdurare di situazioni ad alta conflittualità bilaterale (Etiopia/Eritrea, Marocco/Sahara Occidentale, Ciad/Sudan, Nigeria/Camerun) costituiscono il terreno sociopolitico da cui le difficoltà economiche potrebbero innescare processi violenti e atipici di reazione alla crisi ovvero far arretrare le chances di rafforzamento istituzionale e ammodernamento economico. Inoltre tali centri di fragilità potrebbero varcare facilmente il recinto nazionale e sfociare in turbolenze regionali più ampie, suscettibili di aprire crisi umanitarie. I paesi esportatori di petrolio e di gas, spesso retti da governi incapaci o non disposti alla redistribuzione del reddito derivante dal comparto energetico, si situano tra i principali candidati al rischio politico data la loro vulnerabilità sociale e il rapporto direttamente proporzionale tra forza di governo e incassi petrogasiferi. Il PIL di alcuni di essi viene annunciato in forte calo nel 2009: l’Angola, quarto produttore di greggio del continente in accelerata ascesa, dovrebbe conoscere la più drastica diminuzione sul 2008, pari al 23% (il PIL nel 2009 è stimato al -7,2%); la Nigeria, primo produttore, del 2,2% (PIL al +4%); l’Algeria del 3,1% (PIL al +0,2%); la Libia, che ha scalato le classifiche di output degli idrocarburi dopo l’apertura commerciale seguita all’embargo commerciale collocandosi al terzo posto, conoscerà un calo del 3,1% (PIL al +3,4%); la Rep. Dem. del Congo, tra i piccoli produttori africani di greggio, risentirà del reflusso, stimato del 6,3%, soprattutto nell’estrazione mineraria (PIL al -0,6%); la Guinea Equatoriale, promessa della produzione di idrocarburi, vedrà un calo del 6,2% (PIL al +3,7%). L’effettiva defalcazione delle entrate statali derivanti dalla produzione di idrocarburi, soprattutto per i sistemi economici scarsamente diversificati, rende da un lato più debole la risposta agli urti della crisi e più legittima la protesta sociale che potrebbe defluire in gravi situazioni di instabilità e mettere in pericolo la tenuta degli stessi governi. Eguale ragionamento può essere fatto per i 25 paesi africani considerati “fragili” dalla BM, che data la loro volubilità politico-economica potrebbero andare incontro a esiti devastanti a causa della crisi. Il budget dei paesi importatori netti di petrolio e di derrate alimentari, nonostante il ribasso dei prezzi internazionali di queste due commodities, arretrerà ulteriormente poiché sconterà l’effetto carry-over dei prezzi alti del greggio e delle materie prime alimentari dell’anno trascorso. Ma anche i paesi considerati economicamente stabili, come la più grande economia africana, il Sudafrica il cui PIL dovrebbe crescere solo del 1,1% nel 2009 rispetto al 3% del 2008 e al 5,1% del 2007, potrebbero essere destabilizzati dal riacutizzarsi delle tensioni sociopolitiche interne dovute alla crisi. Johannesburg ha visto collassare il proprio settore finanziario con un incremento del costo dei capitali, una drastica contrazione del credito, una flessione vertiginosa dei prezzi dei prodotti finanziari, un abbattimento dell’indice borsistico con ricadute dirette nel settore manifatturiero e in quello minerario che costituiscono i due pilastri dell’economia sudafricana. La perdita del valore della valuta nazionale insieme all’espansione della disoccupazione e al calo della domanda per beni e servizi sudafricani hanno determinato il riaccendersi di conflitti sociali latenti. L’insieme di queste componenti di crisi hanno influenzato le performances delle altre economie regionali legate al sistema produttivo sudafricano. In zone politicamente meno stabili i riflessi sociali potrebbero fuoriuscire dal contesto nazionale e investire le zone limitrofe attraverso un ingrossamento dei flussi migratori. Una loro maggiore pressione potrebbe riversarsi anche fuori dal continente africano in direzione delle principali zone di sbocco, in primis il bacino del Mediterraneo e quindi l’Europa meridionale, come dimostrano i trends recenti in Italia, Malta e Spagna.

Elementi di recupero

Di fronte a questo quadro fosco il Comitato dei ministri delle Finanze e dei governatori delle Banche Centrali dei paesi africani ha inoltrato al G20 di Londra del 1° aprile un documento tecnico-politico sull’impatto della crisi economica nel continente. Sottolineando i progressi sociali ed economici sopravvenuti nell’ultimo decennio in Africa e asserendo che «la crisi è giunta in un momento in cui l’Africa stava voltando l’angolo, costruendo in modo costante le fondamenta per una crescita più elevata e per la riduzione della povertà», il Comitato, preso atto di un peggioramento comune del saldo delle partite correnti e dei deficit statali, ha messo in guardia dal rischio che la bufera economico-finanziaria possa vanificare tali progressi. L’outlook ottimistico che sinora era stato presentato annualmente per il continente è minacciato - prosegue il Comitato - da «fattori fuori dal controllo dell’Africa» per cui «mentre gli effetti iniziali della crisi tendevano a manifestarsi lentamente, la marea di questo “tsunami” si innalza rapidamente spazzando via imprese, miniere, posti di lavoro, redditi e mezzi di sostentamento». L’aspettativa per l’export nel 2009 vedrà una riduzione - secondo le valutazioni del Comitato - del valore di 251 mld di dollari e di 277 mld di dollari nel 2010, con i paesi esportatori di petrolio tra i soggetti più colpiti. Essi, infatti, pagheranno con un ammanco totale di 200 mld di dollari nel 2009 e le maggiori perdite saranno segnate da Algeria (-40,8 mld di dollari), Nigeria (-38,7 mld di dollari), Angola (-38,2 mld di dollari), Libia (-37,1 mld di dollari), Sudafrica (-27,9 mld di dollari), Egitto (-10,7 mld di dollari). Il declino delle esportazioni si cumulerà deteriorando la bilancia dei pagamenti, che in termini aggregati segnerà nel 2009 per l’Africa -4,4% rispetto al PIL contro un surplus del 2,7% nel 2008 e minaccerà lo stock di riserve estere per alcuni paesi, mettendone in pericolo le capacità di rifornimento. Al fine di conservare i livelli di crescita pre-crisi, il Comitato ha quantificato in 50 mld di dollari il volume di aiuti per il 2009 (56 mld di dollari per il 2010), mentre per il raggiungimento di livelli superiori in accordo con una crescita media del 7% necessaria per la realizzazione degli OSM sono richiesti almeno ulteriori 117 mld di dollari per il 2009 (130 mld di dollari per il 2010). Una buona fetta degli investimenti dovrebbe essere dirottata verso le infrastrutture, che secondo le stime dell’Africa Infrastructure Country Diagnostic Study necessitano di 75,5 mld di dollari annui per i prossimi 10 anni.

Il Comitato, invocando l’adozione di piani di intervento per l’Africa simili ai piani di salvataggio deliberati per le banche e le corporations occidentali, ha chiesto al G20 una serie di misure anti-crisi:
• l’assegnazione dello 0,7% di ciascun pacchetto di stimolo delle economie sviluppate per l’assistenza ai paesi poveri e in via di sviluppo;
• l’incremento delle risorse addizionali messe a disposizione del FMI da parte del G20; • il sostegno degli investimenti destinati alle infrastrutture;
• l’aumento delle risorse a favore delle banche regionali di sviluppo, istituzioni centrali per la progettazione e l’esecuzione dei piani di sviluppo nazionali;
• l’ampliamento delle risorse finanziarie e lo snellimento dei meccanismi di assegnazione; • la facilitazioni al commercio internazionale in modo da rilanciare l’export africano;
• la realizzazione di programmi pubblici nei settori della sanità, dell’igiene, della nutrizione, dell’educazione per la protezione delle fasce più deboli e più esposte ai rimbalzi sociali della crisi;
• l’alleggerimento del debito e la revisione dei criteri per l’accesso al credito.

I governi africani hanno adottato misure di tamponamento della crisi, concretatesi fondamentalmente nella costituzione di organi tecnici di monitoraggio, in pacchetti di stimolo fiscale, nel rafforzamento delle regole del sistema bancario e finanziario, in politiche monetarie espansive, nei controlli sullo scambio con l’estero, negli aiuti alle imprese, nell’abbassamento dei tassi di interesse, nel credito al consumo, nella riduzione della fabbisogno dello Stato, nell’emissione di bonds statali ad alta resa per incoraggiare i privati a rimanere nei sistemi finanziari e nei tentativi di investimento pubblico nel limite delle revisioni della spesa pubblica. Si tratta di azioni ad ampio raggio ma di impatto limitato a causa della loro ridotta consistenza in rapporto alla grandezza della crisi mondiale, inidonee non tanto ad invertire una propensione che dipende essenzialmente da variabili esterne di taratura globale quanto al massimo a bloccare temporaneamente gli effetti sulle economie nazionali. Questi provvedimenti sono ancora più fugaci nelle molte economie dove si riscontra una eccessiva concentrazione delle esportazioni e della produzione, per cui i paesi a bassa diversificazione economica sono costretti a dilatare il debito per sopperire ai disavanzi derivanti dall’indebolimento delle ragioni di scambio.

Secondo la Banca Africana di Sviluppo (BAS), il continente abbisogna di iniezioni di liquidità sotto forma di finanziamenti del valore almeno di 106 mld di dollari sul biennio 2009-2010 allo scopo di ristabilire il trend precedente di crescita. Tuttavia per rilanciare il motore dello sviluppo facendo ripartire il settore delle infrastrutture e innalzando il reddito pro capite, sono necessari almeno 247 mld nello stesso biennio. Un maggiore accesso al credito internazionale in questa fase recessiva e un incremento degli aiuti allo sviluppo sono le due linee principali per sostenere le economie africane e per dare linfa al settore privato che ha lasciato sul terreno perdite notevoli difficilmente quantificabili. La BAS è stata chiamata a intervenire a sostegno delle operazioni private e ad aprire nuovi canali di finanziamento. L’intervento della BAS si è concretizzato in numerosi progetti, ma le capacità di spesa devono essere puntellate anche solo in via parziale dall’esterno, diversamente la stessa BAS arriverà a un punto di stallo in cui non sarà possibile elargire nuovi prestiti e concepire nuovi progetti di sviluppo, che sotto l’aspetto economico rappresentano due precondizioni perché le economie africane non passino da uno stato di difficoltà a uno più grave di paralisi. Pur restando attendibile che la migliore risposta alla crisi dipenda da appropriate scelte di politica economica ritagliate sui caratteri delle singole economie africane, queste due leve esterne però non bastano da sole per tirare fuori dall’andamento depressivo le economie africane. E’ necessario che i governi africani creino, attraverso lo snellimento delle burocrazie, la razionalizzazione dei sistemi fiscali, la difesa del welfare e il miglioramento dell’ambiente economico le condizioni necessarie per intercettare la reimmissione dei capitali nel sistema economico mondiale al momento della ripresa non solo nei distretti attraverso cui è stata tradizionalmente alimentata nel passato la crescita (risorse naturali) ma anche in quei settori (servizi, telecomunicazioni, energie rinnovabili, microcredito) che offrono enormi potenzialità per la creazione di ricchezza e di sviluppo. In tal senso la crisi potrebbe essere un’opportunità per slegare gran parte delle economie africane dalla monoproduzione e dalla dipendenza dalle risorse naturali. Per realizzare tale opportunità diventa essenziale l’intervento delle istituzioni internazionali e l’attuazione di proposte che vadano in questa direzione. Determinante sarà, inoltre, il ripristino di un ambiente economico favorevole all’export africano e di una sua stabilizzazione nel lungo periodo.

Conclusioni

Se è vero che la crisi ha interessato in prima battuta le economie africane maggiormente esposte ai mercati finanziari (Sudafrica ed Egitto) per poi espandersi a quelle dipendenti dall’esportazione delle materie prime (Nigeria, Algeria, Angola) e quindi coinvolgere l’intero continente a causa dello sgonfiamento della domanda mondiale, è altrettanto verosimile che saranno le economie africane più integrate con il sistema globale economico-finanziario a riacquisire forza col recupero dell’economia mondiale. Tuttavia attendere che il ritorno del ciclo espansivo si riverberi anche sull’Africa potrebbe ritardare ulteriormente il varo di politiche economiche vantaggiose anche fuori da periodi di crisi e capaci di preservare almeno parzialmente il tessuto socioeconomico da future stagioni recessive. A causa della loro debolezza strutturale e della loro insufficiente capacità di reazione, i paesi africani necessitano in questo periodo di recessione economica globale di un intervento urgente e mirato da parte delle istituzioni finanziarie internazionali. Non si tratta soltanto di mantenere gli aiuti allo sviluppo in una fase declinante per i paesi donatori, quanto di realizzare politiche di intervento ricucite sui singoli sistemi economici. Ricette generali, come quelle adottate dalle istituzioni finanziarie internazionali negli anni ’80 e ‘90 anche in fasi e contesti economici più stabili, rischiano di essere inefficaci quando non dannose. La crisi potrebbe favorire l’adozione di riforme economiche e di piani di emergenza che se positivi potrebbero avere una durata più organica e avviare meccanismi di sviluppo economico locale capaci di segnare la ripresa e di costituire nuovi fondamenti di crescita.

venerdì 1 maggio 2009

CRISI: MONETA MONDIALE UNICA? TREMONTI, SI' MA CON DOPPIA CIRCOLAZIONE

Incertezza sui tempi della crisi

Roma, 30 apr (Velino) - C’è ancora incertezza sui tempi della crisi finanziaria ed economica ma Intesa Sanpaolo “può guardare con serenità alla situazione” grazie “al lavoro fatto” e, anzi, dalla recessione “può uscire ulteriormente rafforzata”. Ne è convinto l’amministratore delegato del gruppo bancario Corrado Passera che, nella sua relazione sul bilancio 2008 che l’assemblea dei soci oggi deve approvare, ha sottolineato più volte “la determinazione della banca ad affrontare la crisi” senza farsi travolgere. Certo “non sapendo quanto grave potrà essere ancora la crisi e quanto durerà – ha aggiunto Passera – abbiamo deciso di mettere un po’ più di fieno in cascina perché non sappiamo quanto l’inverno sarà lungo”. L’assemblea infatti deve dare l’ok non solo al bilancio 2008, con un utile consolidato di oltre 2,5 miliardi, ma alla decisione di non distribuire dividendo alle azioni ordinarie ma solo 0,026 euro per ogni azione di risparmio, proprio “con l'obiettivo di rafforzare il patrimonio per affrontare la crisi finanziaria in corso”.

“La banca – ha proseguito l’ad di Intesa Sanpaolo nella sua relazione – ha affrontato con rapidità la crisi, in particolare quella di liquidità, predisponendo riserve nonché risorse per essere indipendente dall’andamento del mercato e poter rispettare gli impegni rimanendo vicini all’economia italiana e degli altri paesi in cui operiamo”. Anche “la redditività si mantiene solida – ha sottolineato ancora Passera – e abbiamo evitato il pericolo di eccessivo indebitamento in cui sono caduti altri istituti. Il rapporto tra patrimonio tangibile e attivi ci pone come la prima banca italiana ed europea”. L’amministratore delegato del gruppo ha quindi ringraziato tutti i dipendenti di Intesa Sanpaolo, osservando come “è grazie al lavoro fatto in tutti questi anni dalle 100 mila persone che lavorano per noi” che si può “guardare più serenamente alla situazione” attuale.

Nel 2008 le perdite sui crediti hanno raggiunto “cifre importanti”, ha poi ammesso Passera, aggiungendo che “sicuramente saliranno” visto che già “nei primi due mesi dell’anno nuovo c’è stato un peggioramento della qualità del credito rispetto ai periodi corrispondenti” e dunque è probabile che nel 2009 “avremo il picco della quantità di perdite su crediti”. Ma la banca ha comunque “voglia di stare vicina all’economia italiana”, ha assicurato l’ad di Intesa Sanpaolo, e lo potrà fare proprio grazie alla forte posizione di liquidità del gruppo che è “tra le migliori a livello mondiale”. In un momento “in cui è necessario assicurare all’economia non il maggiore, ma il migliore supporto, la nostra posizione – ha affermato – è di grandissima responsabilità”. Quanto alle previsioni sui risultati del 2009, “ci aspettiamo un utile netto robusto e la possibilità di tornare a distribuire il dividendo – ha chiosato Passera – anche se è troppo presto per prendere impegni di dimensione e quantità”.
(sis) 30 apr 2009

sabato 4 aprile 2009

Chi ha avuto cosa dal vertice del G20?

(Reuters) - Le nazioni del G20 in alcuni vasi avevano messo sul tavolo priorità contrastanti in vista del vertice di Londra. Di seguito una sintesi di quello che era stato chiesto e delle risposte arrivate.

STIMOLO FISCALE

Chi voleva cosa: Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone avevano proposto con forza un'azione concertata nel mondo per pompare più fondi governativi nei pacchetti di stimolo; Francia e Germania preferivano aspettare per vedere i risultati dei fondi già messi a disposizione.

Risultato: il vertice non ha fissato obblighi per ulteriori misure fiscali, un fatto accolto con soddisfazione dalla Germania.

REGOLAMENTAZIONE DEL MERCATO

Chi voleva cosa: Francia e Germania avevano chiesto a gran voce la sorveglianza degli hedge fund, una causa che il cancelliere Angela Merkel aveva perorato anche prima della crisi finanziaria. Il Giappone aveva detto che la regolamentazione dovrebbe venire dopo il salvataggio dell'economia globale.

Risultato: chiaro impegno del vertice a estendere regolamentazione e sorveglianza a tutte le istituzioni finanziarie importanti, gli strumenti e i mercati. Anche le agenzie di credit rating saranno interessate.

FMI

Chi voleva cosa: Australia, Canada e Sud Africa erano tra i Paesi che volevano una forte crescita nei prestiti del Fmi; Russia, Argentina, Cina, India, Arabia Saudita e altri chiedevano riforme per concedere alle economie emergenti un maggiore potere di voto all'interno del Fondo.

Risultato: la triplicazione dei fondi dati in prestito dal Fmi è andata oltre le attese, ma si è detto meno sul ribilanciamento dell'influenza chiesto dai Paesi in via di sviluppo.

COMMERCIO

Chi voleva cosa: Brasile e Gran Bretagna erano su una cifra di 100 miliardi di dollari in nuove linee di credito per il commercio internazionale.

Risultato: la cifra di 250 miliardi di dollari è andata oltre le attese.

PROTEZIONISMO

Chi voleva cosa: Gran Bretagna, Stati Uniti, Corea del Sud, Canada e India avevano chiesto che il G20 assumesse forti impegni per la liberalizzazione del commercio.

Risultato: il vertice ha "riaffermato" l'impegno dell'anno scorso a non alzare nuove barriere a investimenti e commercio. In pratica, molti dei Paesi del G20 hanno adottato misure protezionistiche dal vertice di Washington di novembre per difendere le imprese nazionali.

PARADISI FISCALI

Chi voleva cosa: Francia e Germania avevano chiesto a gran voce di dare un colpo ai paradisi fiscali.

Risultato: il vertice ha accettato di schedare "giurisdizioni non collaborative" e prendere in considerazione sanzioni.

VALUTA DI RISERVA

Chi voleva cosa: Cina e Russia volevano discutere una nuova valuta di riserva globale in alternativa al dollaro, sulla base degli Special Drawing Rights del Fmi.

Risultato: la questione non è stata discussa, ma la Russia ha fatto una propria dichiarazione.

martedì 31 marzo 2009

Papa a Brown prima del G20: non dimenticate l'Africa

CITTA' DEL VATICANO - In una lettera resa pubblica oggi dal Vaticano, Papa Benedetto XVI ha detto al premier britannico Gordon Brown che il vertice del G20, che si tiene a partire da giovedì a Londra, per affrontare la crisi finanziaria globale non deve dimenticare l'Africa.

Il Pontefice, che nei giorni scorsi ha visitato il Camerun e l'Angola, ha segnalato che il Sud Africa sarà l'unica nazione del continente a essere presente al summit del Gruppo dei 20.

"La situazione deve suscitare una profonda riflessione tra i partecipanti al summit, dato che coloro la cui voce ha meno forza sulla scena politica sono precisamente quelli che soffrono di più degli effetti dannosi di una crisi di cui non portano la responsabilità", dice il Papa.

Per Benedetto XVI, è necessario rivolgersi al multilateralismo delle Nazioni Unite e delle organizzazioni collegate "al fine di sentire le voci di tutti i Paesi e di garantire che le misure e i passi fatti ai vertici G20 siano sostenuti da tutti".

Papa Ratzinger ha detto che la crisi economica minaccia la cancellazione o la drastica riduzione dei programmi di aiuto, specialmente per l'Africa, che per il Pontefice non è la causa della crisi e non può divenirne la vittima.

Benedetto XVI ha detto che "soluzioni segnate da qualsiasi egoismo o protezionismo nazionale" vanno evitate per trovare una via d'uscita dalla crisi.

lunedì 30 marzo 2009

Anche in Tanzania

La crisi mondiale sta arrivando in Tanzania, in particolare nella zona nord del Paese dove c'è la grande industria del turismo. I dati degli ultimi mesi mostrano i grandi alberghi semivuoti con un calo di presenze di circa il 25%. I turisti provengono da Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Italia. Molta gente con piccoli lavori, incaricata, per esempio, di portare le valige, perde il lavoro, quindi non ha più soldi da spendere al mercato per comprare frutta e verdura e anche i contadini non vendono più. Il fatto è che non c'è cassaintegrazione, né fondi anticrisi né altri di aiuti statali!

lunedì 23 marzo 2009

Mons. Tomasi: la crisi economica non metta a rischio la promozione dei diritti umani

Evitare che l’attuale crisi economica pesi ancor di più sulle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo: è l’esortazione dell’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, intervenuto in questi giorni alla 10.ma sessione speciale del Consiglio per i diritti umani dell’Onu. L’osservatore permanente della Santa Sede presso l’Ufficio Onu di Ginevra ha ribadito la necessità di un’azione internazionale per garantire la promozione dei diritti umani, anche in questa difficile contingenza economica. Il servizio di Alessandro Gisotti:

Troppo spesso, in periodi di crisi economica, si assiste all’ascesa al potere di governi dal dubbio impegno sul fronte della democrazia: è quanto rilevato con preoccupazione dall’arcivescovo Silvano Maria Tomasi all’Onu di Ginevra. La Santa Sede, ha aggiunto il presule, auspica che tali conseguenze siano evitate giacché, al contrario, ne risulterebbe una seria minaccia per la diffusione dei diritti umani fondamentali. Questa crisi, ha aggiunto, minaccia seriamente il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio contro la povertà, con conseguenze drammatiche, in particolare, per i bambini. I diritti umani di innumerevoli persone, ha affermato, sono già compromessi incluso il diritto al cibo, all’acqua, alla salute e ad un lavoro dignitoso.

La crisi, è stata la riflessione di mons. Tomasi, è stata in parte causata dal comportamento di alcuni attori del sistema economico e finanziario, compresi amministratori di banche e dirigenti che avrebbero dovuto controllare con maggiore diligenza e responsabilità il sistema. Nell’attività finanziaria - è stato dunque il suo monito - non si può guardare solo al facile profitto, ma bisogna perseguire il bene comune. E riecheggiando un intervento di Benedetto XVI, mons. Tomasi ha rinnovato il suo appello affinché ci sia più attenzione per un approccio etico nella creazione di partnership positive tra mercati, società civile e Stati.

L’osservatore vaticano non ha poi mancato di sottolineare che, a causa della crisi, si sono ridotti gli aiuti dei Paesi ricchi a quelli meno sviluppati, così come le rimesse degli immigrati. Questa situazione, ha avvertito mons. Tomasi, minaccia la sopravvivenza economica di intere famiglie, comporta un minore investimento nell’educazione delle nuove generazioni e conseguentemente una crescita ridotta nel futuro. D’altro canto, ha costatato, quando ampie categorie della popolazione vedono i propri diritti sociali ed economici frustrati, la perdita della speranza mette in pericolo la pace. Di qui, l’esortazione ad intraprendere un’azione internazionale concertata per promuovere i diritti umani, dando una base etica alle attività economiche e finanziarie.

lunedì 16 marzo 2009

noi e la crisi

Ormai non c'è più rivista o spazio interattivo in cui non sia entrato per qualche verso il tema della crisi. A giudicare sia dalle notizie internazionali, sia da ciò che ciascuno può direttamente constatare tra le persone conosciute, pare che ci troviamo in un fenomeno di dimensioni epocali. Ogni crisi, del resto è l'occasione forzata per ripensare al modo con cui stiamo portando avanti la nostra vita, la nostra società e forse è l'unico modo per virare da una direzione che pare senza uscita. Questo non toglie, però, il dramma della perdita del lavoro o del non riuscire a trovarlo, del non aver i soldi per arrivare a fine mese e non poter realizzare sogni e progetti di vita. Come percepiamo questa crisi, quali i segni che scorgiamo? Quali le diverse ripercussioni nei vari angoli del mondo? Come trasformare un disastro nel tentativo di costruire un' economia e delle relazioni nuove?

sabato 14 marzo 2009

A COLLOQUIO COL BANCHIERE DELLO IOR


La sede dello Ior, l'Istituto opere per la religione del Vaticano, in pratica la banca del Papa, è nel torrione che sovrasta il Palazzo Apostolico. Ho avuto l'avventuro di entrare nel cuore di questo "sancta sanctorum" e di intervistare il suo presidente, il professor Angelo Caloia. Il banchiere lombardo vi lavora da quasi vent'anni e ha fatto dimenticare la gestione precedente legato a monsignor Marcinkus, il prelato che aveva fatto precipitare lo Ior ai limiti del baratro. Lo Ior è un luogo quasi surreale: dentro la roccaforte ecco aprirsi uno sportello bancario vero e proprio con un bancomat...in latino! L'ufficio di Caloia è proprio di fronte all'ascensore che il Papa adopera per salire nei suoi appartamenti. Ecco il testo dell'intervista che Caloia mi ha concesso nel suo ufficio allo Ior, pubblicata su Famiglia Cristiana. L'intervista è un'esclusiva mondiale concessa al mio settimanale, vale la pena di leggerla. Buona lettura (di Francesco Anfossi)


"La sede dello Ior è nel luogo più pittoresco del mondo per una banca: il torrione Niccolò V, a ridosso del Palazzo Apostolico, dentro le mura leonine della Città del Vaticano. Dietro una porticina si svela un istituto come gli altri, con gli sportelli e un bancomat...in latino. Man mano che si sale il luogo si fa più attinente allo stile dei sacri palazzi, via via fino allo studio del professor Angelo Caloia, oltre il patio del cortile Sisto V dove c’è l’ascensore che porta il Pontefice al suo appartamento privato. Nello studio del “banchiere del Papa”, dove c'è anche il tavolo del consiglio di amministrazione dello Ior, spiccano un dipinto del Nazareno e una finestra che sembra un’acquaforte di Piranesi: sotto, il Cortile del maggiordomo con l’inizio del passetto che portava i condannati a Castel Sant’Angelo, in alto un cielo di smalto, l’orizzonte dei pini e dell’Università Urbaniana. Il numero uno dello Ior mi mostra il tavolino dove si inginocchiò Madre Teresa per girare un assegno. La “matita di Dio” "vergò una grande M" e si raccomandò di farlo fruttare il più possibile per il bene delle sue 450 missioni in tutto il mondo. Il torrione Niccolò V è un bastione fisico e simbolico. Lo Ior è rimasto praticamente immune dalla crisi che ha devastato i mercati di tutto il mondo. Merito di questo banchiere che sta dentro la roccaforte da quasi 20 anni, quando prese il posto di monsignor Marcinkus, facendo dimenticare, anno dopo anno, la gestione del prelato che aveva fatto precipitare l’istituto nel baratro. "Io da tempo dico una cosa molto semplice: il denaro è fiducia ", esordisce Caloia. "Per questo la sua gestione, ovvero la finanza, deve essere intrinsecamente etica. Quando poi vengono meno i valori, la responsabilità individuale e sociale, quando si creano dei cicli vorticosi di sfiducia, non solo tra i risparmiatori ma tra le stesse banche, allora si precipita nel panico. Un panico ingiustificato dal punto di vista dei fondamentali dell’economia e anche della finanza più legata alle attività produttive". –Ma da cosa deriva per lei questo panico generalizzato? "Semplicemente dal fatto che è venuto meno questo mastice della vita sociale che è rappresentato dalla fiducia reciproca, ma anche e soprattutto dalla coscienza retta di chi opera nell’economia e nella politica. Oggi nella finanza mondiale nessuno si fida più di nessuno. Anche se si sono percorse parecchie vie: prima l’intervento americano e poi dei Governi europei, che hanno avuto più tempo per riflettere e trovato soluzioni più solide. Si è andati dall’acquisizione dei cosiddetti titoli tossici alle nazionalizzazioni, dalla ricapitalizzazione delle società alla riduzione del costo del denaro concertata tra le banche centrali, fino alla concessione di garanzie illimitate su tutte le passività delle banche". – Ed è servito a poco, cure da cavallo meno efficaci di un’aspirina. "C’è tuttora una tremenda insicurezza da parte di tutti, a cominciare dai risparmiatori. D’altra parte, il risparmio è sempre stato colpito duramente. Vuoi per calamità naturali, vuoi per cicli di mercato, vuoi per l’inflazione. E spesso sono risparmi sudati, frutto di lavoro". – E oggi? "Oggi viene colpito da comportamenti scorretti al limite della fraudolenza, dalla eccessiva propensione per l’azzardo, da comportamenti che eludono le norme. È colpito da quella brama di profitto che è sempre stata denunciata dall’autorità ecclesiastica. Non deve quindi sorprendere che il Papa levi alta la voce nei confronti di chi fa del denaro non uno strumento, ma un fine a sé stesso. E questo è d’altra parte un tempo in cui il denaro e l’egoismo stanno dominando". – “The price of greed”, la crisi è il prezzo della cupidigia, ha titolato il Time... "Esattamente, d’altro canto la Chiesa è sempre stata vigile nei confronti degli idoli. E soprattutto Benedetto XVI ha sempre detto che per operare rettamente la ragione dev’essere purificata, perché il suo accecamento etico derivante dal prevalere dell’interesse e dal potere è sempre in agguato. Per chi ha fede e per chi ha avuto la fortuna di essere formato nella coscienza c’è modo di dare alla ragione stessa una purificazione". – E tutto questo come si traduce nella finanza? "Si traduce nel non essere schiavi della mentalità utilitaristica dominante, che poi significa eccessivo attaccamento al denaro, accumulazione comunque, indifferenza verso i bisognosi. Se l’atteggiamento mentale dell’operatore finanziario o economico è ispirato alla fiducia in Dio, ne discende una grande e creativa libertà, aliena all’eccessiva preoccupazione per il futuro e anche dall’ansia di accumulare. Bisogna essere poveri di spirito, dice Cristo nel discorso della montagna...". – Questo colossale “falò delle vanità” rischia di abbattersi su quelli che lei chiama i bisogni popolari. Tutti aspettano la “fase due”, quella per cui dalla finanza il contagio passerà all’economia reale: il credito alle imprese, la produzione, i posti di lavoro... "Le conseguenze di questa crisi possono essere gravi. L’intervento delle autorità governative e monetarie è teso a far sì che riprenda l’erogazione del credito. Il denaro è come il sangue che circola nel corpo umano. Se non raggiunge i gangli vitali dell’organismo il corpo ne soffre. Oggi la preoccupazione massima è che il credito non giunga alle piccole e medie imprese, che sono il tessuto dell’economia nonostante il fiume di liquidità pompato dalle banche centrali. Con conseguenze per i posti di lavoro e per le famiglie. Indubbiamente è questo il problema. Tanto è vero che la Federal Reserve è arrivata a finanziare direttamente le imprese, senza passare dalle banche. Una cosa mai vista". – Non teme che la crisi possa investire opere e missioni della Chiesa? "Io credo che da questo punto di vista nella Chiesa ci sia una grande capacità di operare in modo efficace e senza spreco, mirando alle cose buone. Se noi consideriamo poi il favore con cui la popolazione tende a vedere le opere della Chiesa e a contribuire, ci si accorge della verità di quel che ho detto. C’è poi questa presenza di maggiore fiducia in Dio, di affidamento alla Provvidenza. Ciò mi fa credere che le realtà della Chiesa riescano a essere ancora più capaci di raggiungere le vere aree e i punti di sofferenza dell’umanità". – Che impatto ha la crisi dei mercati sulla banca della Santa Sede? "Noi non siamo una banca. Non abbiamo concesso né concediamo prestiti. In tal modo, non ci sono da noi perdite inesigibili. Il nostro patrimonio è solido e non abbiamo carenze di liquidità. Siamo sempre stati molto prudenti nel gestire le nostre finanze, oserei dire conservatori. Abbiamo sempre adottato investimenti difensivi". – Sul piano della gestione finanziaria come vi muovete? "Evitando ogni ricorso ai derivati. Noi amministriamo le risorse che ci sono affidate dalla comunità ecclesiale valorizzandole al meglio, ma con investimenti chiari, semplici, eticamente fondati. Quindi niente speculazione, niente titoli legati allo sfruttamento di bambini, all’industria delle armi e cose del genere. Solo investimenti oserei dire “blasonati”. Titoli sani, sociali , con grandi garanzie. Certificazioni internazionali attestano la rispondenza nelle scritture contabili di quello che facciamo. La nostra esperienza ci dice che l’obiettivo di non far perdere il capitale agli enti religiosi che ci affidano le loro risorse è ancora oggi pienamente raggiunto". – Sui giornali si leggono pagine e pagine di condanna degli eccessi del liberismo. Il mondo ha capito la lezione? "Le consapevolezze degli eccessi di questo libertarismo, di questo liberismo selvaggio di tipo finanziario che finisce col comprimere la società, ci sono. Ci vogliono delle regole, anche se non bastano. Occorrono anche i comportamenti, che inevitabilmente devono ricondursi a un’etica e, per noi, a una morale cristianamente ispirata". – Però non si può pretendere che tutti i banchieri, i manager e i broker della Terra siano cattolici o credenti... "No, certo, ma ci sono delle basi comuni per l’uomo e queste basi comuni sono i diritti universali, quel Dna etico che il Creatore ha posto in tutti noi e che deve emergere nei gravi momenti di difficoltà come questo. Compito che non spetta solo alla Chiesa ma a tutti i governanti illuminati". – Fatto sta che gli “spiriti animali” del capitalismo evocati da Keynes si sono rivelati un po’ poco spiriti e un po’ troppo animali... "Le occasioni fanno spesso dell’uomo un peccatore. Per questo è necessario che ci sia una regolamentazione, unita a una formazione della coscienza nella politica e in ogni altra espressione sociale. E da lì che bisogna ripartire. È da lì che bisogna riprendere un cammino che rafforzi quei messaggi che tendono al bene comune, come quello pronunciato dal Papa sul denaro". – I banchieri americani simboleggiano la “vil razza dannata” di questa crisi, con i loro compensi e le loro stock options milionarie. Il presidente della Lehman Brothers Dick Fuld pare abbia percepito un compenso di cento milioni di dollari nel 2008, nonostante il bel risultato finale; un altro banchiere ha incassato 40 milioni di liquidazione. Molti di loro stanno festeggiando tra Montecarlo e Parigi sulle rovine fumanti delle loro banche... "Be’, guardi, c’è sempre stato un disagio nel venire a conoscenza di questo tipo di retribuzioni. Il meccanismo delle stock options è negativo perché tra l’altro indirizza l’attività dei manager verso orizzonti a breve di capitalizzazione più vantaggiosa per i loro interessi che per quelli della società, distaccandosi da una strategia a lungo termine e dai fondamentali dell’economia come la produzione, l’occupazione, gli investimenti e via dicendo. Guardano più alla plusvalenza del capitale e ai dividendi. Massimizzare i vantaggi monetari a breve non è difficile: basta tagliare i costi. Per questo tutti i piani industriali fanno fatica a emergere, molto più facile risulta tagliare la massa salariale. Più difficile è avere delle strategie di penetrazione nei mercati e di incremento lento, costante dei ricavi". – Il Papa, nell’affermare che il "denaro non è niente", che conta solo la parola di Dio, ha ricevuto anche qualche critica, persino qualche ironia, dal momento che senza denaro non si vive... la stessa Santa Sede non potrebbe andare avanti senza lo Ior. "Il Papa non ha invitato a non utilizzare il denaro, ma a essere responsabili nella sua gestione. Gli usi smodati, le eccessive brame e, in ultima analisi, l’economia di carta, che finiscono per non avere ricadute se non negativamente sui genuini bisogni popolari come il lavoro, la famiglia e una dignitosa vita terrena. Il Papa non intendeva certo demonizzare il denaro, sa benissimo che l’uomo passa attraverso queste risorse caduche e terrene e che è anche attraverso di esse che egli deve cercare di dare un senso alla sua vita. "Tutto è vanità”, dice il libro del Qoelet. Ma questo non significa che noi non dobbiamo governare e far fruttificare le risorse terrene, con coscienza retta e con senso di responsabilità. Lei ricorda il cardinale Sin?". – Era il primate delle Filippine... "Colui che in sostanza pose fine al regime di Marcos e dei suoi successori, portando la pace nelle isole. Mi ricordo ancora il colloquio che avemmo in questo studio. Era seduto dove ora è seduto lei. Mi disse: “Caro professor Caloia, ho bisogno che lei mi sostenga, perché quando sarò dal buon Dio dovrà esserci sufficiente reddito per far andare avanti il mio esercito”. Intendeva dire tutti i suoi sacerdoti, le sue missioni, la sua organizzazione, la sua Chiesa. E aggiunse: “Il denaro può essere lo sterco del diavolo, ma può anche diventare un buon fertilizzante”.